"Evgen Bavcar" fotografo
Il giorno e la Notte
Galleria Portfolio-Senigallia
dal 23/09 al 04/10/2009
Quali impressioni suscitano, quali considerazioni critiche si possono formulare di fronte alle foto di Evgen Bavcar? Un’atmosfera di mistero, di magia? Il forte contrasto chiaro/scuro che dà una forte connotazione espressionista? Temi surrealisti che rimandano a Man Ray? La carica sensuale dei nudi femminili? I paesaggi in bianco e nero che sembrano potersi colorare per un’intrinseca osmosi di pigmenti? …..
Ritengo che la biografia di un artista non dovrebbe influenzare preventivamente la visione della sua opera, ma, semmai, integrare successivamente l’analisi critica, la quale può trovare, ma non necessariamente, riscontri in essa. Nel caso particolare, invece, il discorso sull’opera di Bavcar cambia, o meglio, prende nuove strade, se si considera che l’autore è cieco dall’età di 12 anni. Infatti, il fotografo d’arte di origine slava che vive a Parigi, nonostante l’irreversibile handicap visivo, ha coltivato l’arte della fotografia fin da giovanissimo, producendo immagini dal forte impatto emozionale.
Questo importante aspetto della sua biografia provoca inevitabilmente il sorgere spontaneo di domande su come riesce ad inquadrare i soggetti delle sue foto, su come faccia a scegliere le immagini da esporre e così via. L’artista, comprensibilmente, preferisce che gli si domandi “perché” fotografa piuttosto di “come”. Cercando di minimizzare l’effetto sensazionalistico della sua condizione, apparentemente inconciliabile, di fotografo e cieco, egli motiva la sua scelta con questa frase: «Amare, l’ha scritto anche Lacan, è dare qualcosa che non si ha a qualcuno che non lo vuole». Questa massima assume un significato particolare nel caso di Bavcar che, incapace di vedere, ci dona immagini che egli ruba alla realtà, per permetterci di vedere oltre la mera realtà stessa.
La sua poetica consiste nel riuscire a catturare, attraverso il mezzo tecnologico (l’apparecchio fotografico) le immagini che non riesce a vedere. Nel suo caso il verbo catturare non ha solo la valenza come per i vedenti di riuscire a sottrarre alla realtà, comunque la si intenda (come flusso, come energia ecc.), un frammento, fissato in un’immagine, ma carpire e imprimere in un supporto i fantasmi della propria immaginazione, dato che non potendo vedere, impressiona sulla pellicola un’immagine che si è formata nella sua mente attraverso l’esplorazione del mondo che lo circonda per mezzo degli altri sensi e della memoria che ha del mondo stesso.
Noi spettatori fungiamo da specchio che, come Lacan insegna, restituisce al bambino (in questo caso il non vedente Bavcar) la coscienza del suo essere, la coscienza della libertà della sua mente.
Utilizzando un mezzo tecnologico relativamente “antico” come la macchina fotografica, Bavcar realizza ciò che è proprio delle opere realizzate con le neotecnologie informatiche: gli spettatori si trasformano, sotto la regia del fotografo non vedente, in spett-attori, chiudendo con la loro visione il ciclo messo in moto dall’autore; noi vedenti siamo funzionali al discorso poetico dell’artista.
«Il mio scopo è quello di riunire il mondo visibile e il mondo invisibile; la fotografia mi permette di invertire il consolidato metodo di percezione tra quelli che vedono e quelli che sono ciechi » dice, infatti, l’artista.
La poetica di Bavcar è ulteriormente spiegata in questa frase: « …il piacere che ho provato quando, dall’aver rubato e fissato su una pellicola qualcosa che non mi apparteneva, ho intimamente scoperto che potevo possedere qualcosa che non potevo vedere. Donare agli altri ciò che non si può avere…»
L’opera di Bavcar si propone come perfetta metafora della genesi di un’opera d’arte: un non vedente coglie, attraverso un mezzo tecnologico “neutrale” ciò che non può essere che nella sua immaginazione. Questa operazione creativa innesca un processo interpretativo individuale nel pubblico che recepisce l’opera.
Il verbo “rubare” ricorre sovente nelle parole dell’artista, ma non si può certo parlare di immagini che mirino a cogliere l’attimo fuggente, "l'instant décisif” di Cartier Bresson. Si tratta piuttosto di immagini “lente” che cercano di sottrarre al flusso incessante, immagini che durano nel tempo piuttosto che annullarlo. Le sequenze di mani dell’artista, i voli di rondini che ricorrono in alcune serie non vogliono darci il senso del movimento, ma piuttosto sottolineare la durata di un gesto, lo sfiorare di una carezza, il lento battere d’ali di un angelo…Ci invitano a soffermarci, a gustare, a toccare e odorare, come fa l’autore prima di scattare, quella realtà che altrimenti ci sfugge nell’indifferenziato, nell’anonimato di immagini preconfezionate e predefinite.
Mariacristina Cremaschi